Pietracolora è un piccolo paese posto a cavallo tra l’alta e media valle del Reno a circa 865 metri sul livello del mare, lungo uno stretto crinale che separa le valli dei torrenti Marano e Aneva, piccoli corsi d’acqua affluenti del fiume Reno. L’abitato segue la conformazione del crinale quindi risulta allungato da est a ovest con vari caseggiati e borghi nelle sue vicinanze.
Ci sono varie ipotesi per quanto riguardano le origini del nome: la più celebre riguarderebbe il ritrovamento di alcune pietre colorate nelle vicinanze del rio Aneva, e da qui pietra – colorata. Un’altra tesi sarebbe d’origine dialettale e che dovrebbe derivare da “prà d’la clora” che significa prato della nocciola, quindi poteva essere un luogo pieno di alberi di nocciolo. L’ultima ipotesi ha origine latina e deriverebbe dalle parole petra-pietra e colubris-serpente avvalorata dal fatto che a Rocca Balcona, una delle località più antiche del paese, esisteva una pietra su cui era adagiato un fossile di serpente arrotolato.
Le zone circostanti, precisamente lungo la cresta del monte Vedette e nell’area di Monte della Croce e Sasso del Corvo, sono aree fossilifere dove sono stati rinvenuti numerosi fossili di animali marini di epoca preistorica. Sempre sulle pendici di questi ultimi due monti sono stati fatti ritrovamenti di un insediamento di origine etrusca. Il popolamento di queste zone pare avere origine ancora più antica: fondi di capanne dell’età del Bronzo (1500-930 a. C.) furono ritrovati nel secolo scorso a Santa Maria Villiana. Lo stesso paese di Pietracolora è attraversato da quella che ancora oggi i più anziani chiamano la strada romana e che va da Castelnuovo fino alla Guanella dove si dice vi fosse un antico ospitale. Questa zona, quindi, era abitata già dall’antichità, anche se le prime notizie certe dell’esistenza di un agglomerato si hanno attorno l’anno mille quando il paese era difeso da un castello munito di cinque torri retto dalla potente famiglia Barbetti originaria della toscana. Le popolazioni soggiogate da questa famiglia si ribellarono e attorno all’anno 1100 scacciarono questi signori. Passati alcuni anni il castello cadde sotto il dominio degli Andalò, una nobile famiglia di quel tempo, che governò per oltre un secolo, dopodiché fu cinto d’assedio da parte di Raniero conte di Panico per conto dei Lambertazzi, e alla testa di truppe ghibelline riuscì a espugnarlo. Nella primavera del 1276 i guelfi bolognesi cercarono di impossessarsi del maniero: questo riuscì a resistere per molto tempo tanto che non riuscendo a espugnarlo con le armi, ricorsero a mezzi disonesti; accordandosi con un certo Gualando, uno dei capi dei difensori, entrarono all’interno del castello attraverso un passaggio segreto. Grazie a questo sotterfugio il paese fu legato al senato bolognese e di seguito allo stato pontificio.
Pochi anni dopo l’assedio alcuni banditi presero a dimorare presso il bosco chiamato Farnia, l’attuale Rocca Balcona, e iniziarono a costruire una torre attorno al 1289. Il castellano molto spaventato avvertì il marchese d’Este, confinante con il territorio di Pietracolora, il quale mandò una guarnigione di soldati che disperse i banditi e distrusse la torre, sulle cui rovine, alcuni secoli dopo, sarà edificata una cappella alla Madonna Madre della Provvidenza. Rimasto il fortilizio sotto i bolognesi nel 1317, subì l’assalto di gruppi di banditi che vennero però respinti dai difensori. Settant’anni dopo però l’assedio si ripete e questa volta gli assalitori furono sconfitti da rinforzi giunti in aiuto a Pietracolora che attaccarono sul fianco i banditi.
Siccome questa era zona di confine - assieme al castello di Sassomolare presiedeva alla diretta difesa della strada che passava da Rocca e collegava il sistema difensivo a protezione del libero comune di Bologna dalle insidie di feudatari vicini - il senato bolognese decise di fare sostare nel fortilizio un presidio numeroso e di fare realizzare nel 1359 all’interno della cinta muraria una cisterna per l’acqua potabile in caso d’assedio. Dopo un periodo di pace furono questa volta gli abitanti del Frignano nel 1392 a cercarne la conquista con numerosi fanti che circondarono il maniero, ma dopo due mesi d’inutili tentativi tolsero l’assedio devastando le campagne circostanti. Queste furono le ultime vicende belliche del castello il quale nel 1401 si trovò governato dal castellano Micheletto Rolandi e con l’andare degli anni, fu abbandonato fino a crollare per l’incuria. L’allevamento di bestiame, del baco da seta e l’industria del legname e dei fertilizzanti ottenuti con cenere di legna, furono le attività predominanti durante questo periodo e durante tutto il medioevo in generale.
Per tutto il XV secolo questo luogo assieme ad Africo e Labante fu concesso da papa Leone X° come feudo alla nobile famiglia Grassi, e così dopo tante guerre ci fu un lungo periodo di pace durante il quale il paese si ripopolò dopo l’epidemia di peste del secolo precedente che lo aveva duramente colpito. Si sviluppò così l’allevamento di bovini e ovini, la coltura dei terreni e la raccolta delle castagne, frutto molto presente in queste zone, con il conseguente sorgere di vari seccatoi nei dintorni.
Nella seconda metà del 1600 la vita economica europea entrò in una forte depressione e anche il comune di Bologna e quindi anche i suoi possedimenti ne risentirono; ci furono ripetute carestie che bloccarono l’espansione del paese. È di questo secolo il comparire di numerosi mulini ad acqua nei dintorni di Pietracolora. Nel 1700 si ebbe un’altalena di periodi di depressione e di ripresa, ma nonostante tutto il numero degli abitanti continuò ad aumentare così come nel 1800 quando ci fu un buon sviluppo urbanistico: man mano che una famiglia si ampliava, veniva edificata una casa accanto alla precedente formando così piccoli borghi. Sempre in questo secolo bisogna ricordare il passaggio dallo Stato della Chiesa, al neonato Regno d’Italia.
Durante la prima guerra mondiale il paese non fu direttamente colpito dagli eventi bellici ma diede in ogni modo il suo contributo di sangue con 12 caduti ricordati nella lapide conservata all’interno della torre dietro la chiesa e nel monumento nel piazzale della fontana. Nel periodo tra le due guerre iniziò il fenomeno dell’emigrazione sopratutto verso gli Stati uniti, ma anche Argentina, Libia, Etiopia e Germania. Con l’avvento del fascismo anche qui cambiarono alcune abitudini, ad esempio molti anziani ricordano il cosiddetto "sabato fascista", quando il pomeriggio i ragazzi dovevano riunirsi a Santa Maria a fare esercizi ginnici e dove erano indottrinati secondo la nuova ideologia.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale molti del paese dovettero imbracciare le armi e partire per i fronti più disparati, mentre a casa donne, vecchi e bambini cominciavano a fare i conti con le privazioni. Dopo l’8 settembre 1943, quando l’esercito Italiano si trovò allo sbando, molti fecero ritorno a casa per poi aggregarsi alle bande partigiane mentre i Tedeschi s’impossessavano dell’intero territorio nazionale. Perché proprio sulla linea gotica Pietracolora subì l’occupazione diretta da parte dell’esercito germanico già dal settembre 1944 e qui vi si fermò il fronte per sette mesi, durante i quali gli abitanti rimasti vissero nel terrore, mentre i più riuscirono a sfollare in zone maggiormente tranquille. Prima di essere liberato dagli Americani il 4 marzo del 1945 il paese subì pesanti bombardamenti anche aerei che lo distrussero per il 90%. Grazie alla tenacia dei suoi abitanti riuscì a risorgere e già nel giro dei quattro anni successivi il centro era ricostruito e ampliato. Una volta risistemate le abitazioni, i pietracoloresi passarono alla ricostruzione della chiesa che fu inaugurata nel 1957 su progetto di G. Marchetti e della scuola edificata anche quest’ultima sulle ceneri di quella precedente.
Ci fu poi una nuova ondata di emigrazione soprattutto periodica ma negli anni sessanta cavalcando il boom economico nazionale anche qui ci fu un notevole sviluppo di varie attività commerciali economiche e turistiche da parte d’imprenditori privati del luogo che fecero crescere notevolmente il nostro paese fino a tutti gli anni ottanta. Sul finire di questo periodo, dal 1986 al 1990 ci fu la costruzione del monumento dedicato agli alpini, che ricorda le tre Cime di Lavaredo, e della torre Belvedere dove anticamente sorgeva il castello, entrambi per opera dei paesani Pietracoloresi.
(Pietracolora e la sua gente - Gente di Gaggio 2004)